Viaggio nel Pollino:
la carovana è la mia mente, la strada sono le cose che amo, la meta è la mia terra e il viaggio è la mia vita

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venerdì 13 dicembre 2013

Una Piccola Impresa Meridionale

Il film, diretto da Rocco Papaleo e ispirato al romanzo omonimo, ruota attorno alle vicende di un ex prete, Don Costantino, interpretato proprio da Papaleo, confinato da sua madre al vecchio faro di famiglia, affinché non si sappia il motivo della sua svestizione: si era innamorato, spretato, ma poi è stato mollato (con la frase “Amavo il prete che era in te, non l’uomo!”). La madre, che già doveva affrontare la vergogna della figlia (Claudia Potenza) che ha tradito il marito ed è scappata con un misterioso amante, addolorata si crogiola su cosa potrà dire ora la gente del paese!
La storia, ambientata in un ipotetico Sud dell’Italia (anche se le scene sono state girate interamente in Sardegna, con un paesaggio da sfondo incantevole), in maniera semplice, sarcastica, scanzonata e diretta, ci pone davanti ad alcuni dei principali nei della società contemporanea: i pregiudizi, il pettegolezzo, le apparenze da mantenere, la chiusura verso il diverso. Il vecchio faro in disuso dovrebbe garantire a Costantino l’isolamento ed invece attira l’attenzione di tutti, soprattutto delle persone più reiette: dall’ex prostituta, Magnolia (sorella della colf, che poi è l’amante misteriosa e ancor più grave lesbica), al cognato abbandonato, Arturo (uno Scamarcio preso in giro dai ragazzini, proprio in quanto cornuto), fino alla stravagante ditta di ristrutturazioni (la ”Meridionale Ristrutturazioni S.r.l.s”, che quando Rocco chiederà al titolare cosa significa, quello gli risponderà: “Società a responsabilità limitatissima”!), chiamata per riparare il tetto del faro (“Piove in cinque parti, un tempo dispari…” “E’ grave?” “E’ jazz!”). Infine giungeranno anche la sorella dell’ex prete con l’amante e la madre, che a quel punto scoprirà che la figlia è lesbica. Dopo un primo momento di rabbia, indignazione e disperazione, tutti insieme i protagonisti, saranno “costretti” ad accettare la presenza ciascuno dell’altro e saranno chiamati a dare il meglio di sé, al di là di ogni preconcetto, nella ricostruzione del loro futuro, legato proprio al faro, che grazie alla ditta diventerà un bellissimo hotel. Da notare la sorta di accoppiata di “ex” (ex prete, ex prostituta, ex coniugi), come se i vari personaggi fossero in cerca di nuova collocazione, nella propria vita e nella società, per rinascere animati da maggiore passione ed entusiasmo, riscoprendo così, attraverso il cambiamento, il valore autentico dell’esistenza. Altro elemento importante e di unione è la musica, mai casuale e sempre presente nelle diverse espressioni d’arte di Papaleo ( da cabarettista, ad attore, scrittore e da Basilicata Coast to coast a Piccola impresa meridionale), tanto che si potrebbe parlare di narrazione musicale. 
A mio parere le vicende del film si avvicinano molto al modo di raccontare e alle opere di Opzetek (come ad es. Mine Vaganti), in cui tutte le costruzioni sociali ironicamente vengono fatte a pezzi, in una specie di esplosione-implosione, crollano false certezze e apparenze, e vengono a galla le contraddizioni della realtà, ma soprattutto la verità ed è allora che si può iniziare a vivere per davvero, senza più maschere. Il finale è solo apparentemente lieto e per nulla scontato, poiché mostra come in realtà siano duri a morire i pregiudizi all’interno della società. Infatti, nonostante sembrasse ripristinata l’armonia tra i vari personaggi, uniti dal progetto dell’hotel, all’inaugurazione della splendida struttura, occasione in cui viene celebrato dall’ex prete, il matrimonio lesbo, tutti gli ospiti, intervenuti all’evento, sdegnati si alzano e vanno via. Molto intenso e forte il sermone che nulla può dinnanzi all’ottusaggine bigotta della gente (“…Per tutto il tempo in cui il vostro amore sarà sincero, vi dichiaro unite come persona a persona). Poco male, mediante un difficile percorso di crescita e di rinascita, la piccola impresa è riuscita comunque, e poi ad ogni traguardo raggiunto non bisogna dimenticare che occorre continuare a lottare. 
 

martedì 10 dicembre 2013

OMAGGIO ALLA MERAVIGLIA

Che spettacolo guardare gli occhi dei bambini illuminati della gioia contagiosa della meraviglia… e che peccato non poterlo riscontrare con la stessa potenza nei grandi!
La meraviglia, lo stupore, sono la porta verso il mistero del mondo, sono i modi attraverso i quali si impara, si conosce la realtà. I piccoli si meravigliano perché non danno il mondo per scontato. E’ una maniera di sapere che viene da dentro, non arriva dal bombardamento di stimoli esterni. Ma occorre coltivare questo dono divino dell’infanzia, poiché è l’unico, a mio parere, che da adulti ci aiuterà a riconoscere la bellezza in tutte le sue forme! Sul tema Catherine L’Ecuyer (canadese residente in Spagna e mamma di quattro figli) ha scritto un libro appena tradotto in Italia: “Educare allo stupore”. L’autrice, senza mezzi termini, sostiene che l’eccessiva stimolazione, il sottoporre i figli ad un bombardamento sensoriale smisurato, senza rispettare i tempi del bambino, annulla la propensione allo stupore, all’immaginazione, generando bambini svogliati e passivi, che si annoiano, apatici (di un’apatia irrequieta perché assuefatti dal rumore di fondo dei loro impegni). Bambini la cui principale motivazione proviene esclusivamente da sollecitazioni esterne, non possono che diventare iperattivi, nervosi, difficili da gestire, che cercano di richiamare l’attenzione degli adulti violando le regole. Questo crea una serie di conseguenze (se non veri e propri disturbi): difficoltà a stabilire legami, riconoscere l’autorità, gestire la propria sfera emotiva, con tendenze a volte violente. Quello che conta in verità è la qualità della relazione, a cominciare dalla famiglia, che fa la differenza nello sviluppo della personalità di un bambino e non solo una stimolazione sensoriale eccessiva, nella speranza di costruire cervelli migliori. Da qui il consiglio di rispettare i loro ritmi, i loro limiti, il silenzio, l’innocenza. Privare il bambino dello stupore, equivale a circondarlo di poca bellezza, a rubargli l’infanzia. 
 
Affinchè anche gli adulti non divengano ciechi davanti alla bellezza del mondo dovrebbero (come anche Gesù sottolinea nel Vangelo) riappropriarsi di quel dono che ci apre la porta verso l’inesplicabile e che solo lo sguardo del bambino sa attraversare, di quel desiderio di conoscenza infinito, che è la capacità di meravigliarsi. Il mistero non è ciò che non si comprende, ma ciò che non sapremo mai: l’incommensurabile. I bambini tendono istintivamente ad accogliere il mistero della vita, perché è ciò che mantiene vivo il loro desiderio di conoscere e ne restano incantati perché scorgono un’infinita opportunità di sapere. Einstein ha detto: ”La mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un servo fedele. Abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono”. Ed è vero: instillando presto e contro natura atteggiamenti ragionevoli e comportamenti adulti nel bambino, si uccidono in lui la fantasia, la creatività, la capacità di stupirsi e di meravigliarsi. I bambini, ed anche gli adulti, devono sentire il bisogno di abbandonarsi alla meraviglia, imparare ad alzare lo sguardo verso il cielo, guardare una lumaca trascinarsi, un fiore crescere, una goccia di rugiada scivolare. Se educare allo stupore significa educare il bambino alla bellezza e al mistero che lo circonda, nell’adulto è necessario invece mantenere tale sguardo per aprirsi al senso della vita.

ELOGIO DELLA LENTEZZA

Ho sempre creduto ai benefici del “vivere” lentamente, considerando soprattutto i ritmi frenetici a cui la quotidianità contemporanea ci espone, costringendoci ad una vita vertiginosa che, a mio parere, ha contribuito a creare una società sempre più nevrotica e ansiogena, non posso che essere un sostenitore della lentezza, pur rendendomi conto che dovremmo fare i conti con i sensi di colpa per il tempo che apparentemente perderemmo…
Mi è piaciuto il consiglio dello scrittore Luis Sepùlveda,( autore, oltre che della gabbianella, il gatto e il topo, di una nuova fiaba dedicata ad una lumaca che ribellandosi alla sua indole lenta, scoprirà da sola che la velocità non aiuta a vivere meglio): “Entrate in letargo, sarà produttivo!”.
Al di là delle mode o di forme di protesta come Slowfood (che peraltro condivido: mangiare solo frutta di stagione, recuperare la tradizione in agricoltura senza interventi genetici, ecc.), e partendo dalla considerazione obiettiva che alcuni luoghi, come quello in cui vivo e in generale credo gran parte del Sud del mondo, sono certamente più “compatibili” con il vivere la lentezza, penso che la grande assente della nostra vita sia proprio questa dimensione essenziale dell’esistenza, che ci dà memoria: la lentezza. Ne abbiamo paura, vogliamo andare avanti,avanti e avanti, parliamo senza pensare, non ci fermiamo a parlare, divoriamo ogni esperienza con una rapacità bulimica, solo apparentemente multimediale, ma vuota, non riusciamo a fissare veramente nulla, neppure i ricordi. E questo è un peccato perché ci perdiamo le cose più importanti della vita, la velocità deforma lo sguardo e ci rende sempre più insoddisfatti. Ad esempio, dicono che Internet sia una forma di comunicazione velocissima, ma per me è un modo di rapportarsi, la comunicazione è altro. Così perdiamo la possibilità di fermarci e chiederci: è questa la direzione che volevo? Come i versi del poeta Vladimir Majakovskij: “Fermati, come il cavallo che intuisce l’abisso negli zoccoli, sii saggio, fermati”. Solo in tal modo ci si può ritrovare, se stessi, il rapporto con gli altri, autenticamente. Fatelo a casa, fuori: ascoltatevi, fermatevi e ridete, sarà produttivo e consentirà di recuperare un senso morbido del tempo, oltre che il valore delle cose.

martedì 13 settembre 2011

Fortapàsc e Giancarlo Siani: QUANDO IL GIORNALISMO DIVENTA PUBBLICA INDIGNAZIONE, DENUNCIA E SINCERO ANELITO ALLA LEGALITA’


Il titolo del film, diretto da Marco Risi e dedicato alla memoria del padre (il grande regista Dino, morto a pochi giorni dal primo ciak), viene dalla frase pronunciata dal sindaco colluso di Torre Annunziata, Cassano, (condannato a sette anni e mezzo e rientrante a pieno titolo in quell’aspirale di tangentisti e faccendieri, in quel mondo di commesse e corruzione, sordo alle idee di Siani che si muovevano, come oggi Saviano, per una Napoli, per un’Italia migliore), dopo l’ennesima strage della camorra: “Non siamo a Fort Apasc”. La pellicola, andata in onda il 5 settembre sulla Rai, non è l’ennesima agiografia di una vittima annunciata della camorra, lasciata sola e dimenticata dallo Stato e dalla collettività, ma è un ricordo esteso alle tante vittime della criminalità organizzata, oltre che la ricostruzione della vita semplice e al tempo stesso appassionata, come le pagine impetuose che scriveva sulla filosofia della malavita organizzata, di Giancarlo Siani, giovane giornalista, o meglio “praticante, abusivo”, come amava definirsi, del “Mattino”, col sogno, non molto diverso da quello di un giovane d’oggi, di un contratto giornalistico, ma con la differenza di volersi impegnare nella denuncia del degrado che lo circondava, attraverso un’inchiesta incriminante contro i boss camorristi e i politici collusi. Nello specifico, Siani, incomincia a diventare personaggio scomodo quando s’interessa degli appalti pubblici per la ricostruzione delle aree colpite dal terremoto dell’Irpinia del 1980 nei dintorni del Vesuvio, un giro di miliardi su cui la camorra ha messo le mani. E’ il 23 settembre del 1985 quando Giancarlo Siani a soli 26 anni, a bordo della sua mitica Citroën Méhari (sempre la stessa, così fragile ed identificabile da essere una metafora perfetta), viene ucciso sotto casa della sua fidanzata dal clan Nuvoletta, perché reo di aver fatto il suo lavoro, di essersi informato, di aver verificato criticamente le notizie, di aver indagato sui fatti e soprattutto di aver messo a fuoco conflitti interni alla camorra e le connivenze di questa con la politica locale.

Sullo sfondo c’è Napoli e l’isteria collettiva che circondava negli anni ottanta Maradona, involontario capopolo, occasione di riscatto, speranza di rivalsa calcistica e sociale, sul ricco Nord. Napoli come corpo corruttore e Napoli come generatrice di “antidoti” capaci di riequilibrare, moralmente, l’ordine esistente.

Dalle kafkiane riunioni comunali o i pubblici comizi in cui le arti demagogiche del sindaco (celebre la tempesta esplosa proprio mentre si parlava della necessità della legalità in Campania e il commento di Siani: “Quella pioggia poteva fare pulizia, ma anche la pioggia a Torre Annunziata diventava subito fango”), che si ergono ad emblema caratterizzante un certo modo di fare politica (ahi noi oggi imperante), alla citata differenza tra giornalisti-giornalisti, di cui Giancarlo faceva parte e con lui tutti coloro che mettono continuamente a repentaglio la propria vita, nella ricerca della verità, e giornalisti-impiegati che in un clima di intimidazioni e connivenze, ad essa non s’interessano, anzi la nascondono, ai vicoli minacciosi e diroccati del centro storico, in cui la tensione aumenta e si respira un’atmosfera di morte, quella delle varie faide in atto, e dove si percepisce chiaramente la prepotente legge dei più forti: degli Alfieri, dei Gionta, dei Nuvoletta e di tutti i clan che comandavano ieri come comandano oggi. Un contrasto lampante con lo sguardo dolce e tenace di Giancarlo, che sorride ingenuamente mentre i killer lo uccidono senza pietà, quasi come se non celasse la consapevolezza che il suo sacrificio non sarà vano, anzi servirà a mutare qualcosa, nel senso che concorrerà a svegliare le coscienze… ma solo se tutti noi sapremo conservarlo nella nostra memoria civile.

In Fortapàsc viene messa in piazza una classe politica che mira alla propria autoconservazione, una società “incivile”, che distrugge ogni possibilità di progresso ed un giornalismo (impiegatizio) che continua ad ignorare le proprie responsabilità nell’alimentare una simile condizione di degrado morale, sociale, civile.

giovedì 4 novembre 2010

Dagli dei del Pollino a quelli della Sicilia Sud Orientale

Noto, patrimonio dell'umanità, è un piccolo gioiello barocco incastonato tra ulivi, mandorli, agrumi ed il mare trasparente che, dalla Riserva Naturale di Vendicari all'Isola delle Correnti, riflette la luce del sole. Anche le strade principali seguono il percorso del sole percorrendo la cittadina da est a ovest. La luce del tramonto accentua la tinta dorata e rosata della pietra calcarea locale con cui sono costruiti i maestosi palazzi, le chiese e la piazze. Ci accoglie, all'ingresso in città, la "fortezza" e la "fedeltà" rappresentate dalla torre e dal cirneco della Porta Reale, monumentale ingresso che richiama l'arco di trionfo.


Passeggiando per la cittadina veniamo travolti dalle inebrianti linee, curvature delle facciate, decorazioni, riccioli, volute, mascheroni, putti, parapetti, forme aggraziate e panciute che inondano lo spazio dalla chiesa di San Francesco all'Immacolata, al convento di Santa Chiara, Piazza Immacolata, Piazza Municipio, Palazzo Ducezio, Basilica del SS.Salvatore, fino alla maestosa Cattedrale o chiesa Madre di San Nicolò.

La bellezza della Sicilia Sud Orientale, da Ragusa a Siracusa, passando per Portopalo, Pachino e Avola, ci riempie l'anima di luce, gli occhi di vivaci colori, la bocca di dolci sapori e la mente di epiche storie e leggende.

venerdì 4 giugno 2010

Basilicata coast to coast


"signori e signore, trovatevi una passione, e andategli appresso fino in fondo!".

Questa massima di Rocco Papaleo, esprime il senso di "Basilicata coast to coast":
vivere la propria passione diventa strumento per la ricerca di se stessi e del rapporto con gli altri.
Per alcuni questa passione è l'amore per la propria terra.


giovedì 27 maggio 2010

Dagli Dei del Pollino a quelli della Sicilia: TAORMINA

Nel turbinio dei venti possenti, solchiamo le vorticose correnti di Scilla e Cariddi, ci lasciamo alle spalle le rive della ninfa che il dio marino amò così follemente da rifiutare la bellezza di Circe ed ammiriamo la terra, dell’altra ninfa vorace, con le sue ampie insenature che delicatamente modellano la riviera incorniciata dai monti disposti a semicerchio, piena di sole e di mare, di tramonti di fuoco, come il flutto bollente delle lave dell’Etna qui ormai incantevolmente pietrificate.
 In un susseguirsi di vivi colori e splendidi paesaggi, di profumi intensi e sapori decisi, tra distese di cactus, alberi di limoni ed aranceti, scopriamo la ridente città di Taormina ( o Tauromenion, toponimo, composto da Toro e dalla forma greca menein, che significa rimanere, che narra la storia di un popolo che decide di restare a presidiare la propria terra dal monte a forma di toro) e gli scenari unici degli antichi paesi ed incantevoli luoghi che gravitano attorno ad essa, incastonati, ai piedi dell'Etna tra ripidi pendii e l'azzurro dello Ionio, come Letojanni, Castelmola, S. Teresa, S. Alessio, Catalabiano, Isola Bella, Giardini Naxos, porta d'ingresso dei Greci in Sicilia. Passeggiando estasiati per i viottoli della città, definita delle passioni, degli artisti e dei pazzi, ove ognuno poteva restare e vivere come non osava nel proprio luogo di provenienza, scopriamo immortali tesori che appartengono al suo crogiuolo di cultura greco-romana, araba, barocca e medievale. Immersi nel trionfo del glorioso passato ne ammiriamo avidi le torri, i palazzi, i castelli che si affacciano sul mare, frutto di menti temprate dal culto della bellezza che rendeva stupefacente tutto ciò che esse semplicemente mettevano in opera. Con tale senso di devozione e di emozione esploriamo la magnificenza del teatro greco, rimaniamo sopraffatti, oltre che dall’eccelsa arte architettonica, dal panorama che si rivela davanti ai nostri occhi increduli: dal basso risalendo con lo sguardo verso l’alto, dall’immensità insondabile del mare alla cornice unica dell’Etna, quella cima bianca ed imponente che sovrasta il mar Ionio spiccando in tutta la sua grandezza come un antico Titano, ancora più caratteristica quando è immersa nel pieno dell’aurora in quell’atmosfera rossastra. Il silente inquieto vulcano, maestoso ed irrequieto, ospitale e generoso, ma che sa anche essere irruento e fragoroso, è sempre pronto ad incantare con la sua magia e mai sazio di sorprendere i suoi abitanti legati ad esso da un sentimento profondo fatto di passione e timore, amore e riconoscenza. Lo stupore di ogni visitatore prende il largo su ogni altra sensazione, le semplici parole non sono in grado nemmeno di sfiorare il dolce incanto che regna in questi luoghi, né il pensiero può cogliere interamente il fascino della natura che si impone in tutto il suo splendore.

Nel tepore accogliente dell’abbraccio di questa terra, accarezzati dalla lieve brezza marina, baciati dal sole, tra indimenticabili immagini, nell’emozione vibrante trasmessa dalla grandezza dell’opere antiche avvolte dall’azzurro del cielo, ascoltando l’inconfondibile suono dello spumeggiante incontro delle onde con i neri scogli, ci sentiamo vivi.

giovedì 6 maggio 2010

Dagli Dei del Pollino a quelli della Sicilia: LA VALLE DEI TEMPLI E IL PARCO ARCHEOLOGICO DI SELINUNTE



....... gli occhi vengono inondati dagli azzurri flutti di Nettuno, il tepore dei raggi di Apollo e la dolcezza del soffio di Eolo accarezzano l'animo estasiato dalla bellezza dei luoghi e dei segni lasciati dalla grande civiltà che quì visse e vi innalzò opere eterne per le maestose divinità.


Approfondimenti:

giovedì 22 aprile 2010

Dagli Dei del Pollino a quelli della Sicilia: ERICE E IL CULTO DELLA BELLEZZA

Venere emerge dalla schiuma del mare e nuda, in tutta la sua grazia ed ineguagliabile bellezza, viene sospinta dal soffio di Zefiro, sul monte che, a breve distanza da quella spiaggia calda, si erge possente come un altare offerto alla Dea dalla madre terra.
Così questo luogo incarna l'idea dell'amore come energia vivificatrice, come forza motrice della natura.
L'irto monte Erice che si erge a picco stagliandosi sulla calda ed accogliente baia delle Saline trapanesi  non poteva che essere luogo di culto della fecondità e dell'amore. Il Castello di Venere, dove Enea nel suo viaggio si fermò per rendere omaggio alla Dea e dove si praticava la prostituzione sacra, allieta i sensi offrendo panorami mozzafiato. Tutto il borgo di impianto medioevale trasmette vibrazioni che sembrano provenire da secoli di vissuto che raccontano le storie degli Elimi, dei guerrieri che vi approdarono dopo la distruzione di Troia, delle battaglie tra Cartaginesi e Romani fino a quelle di mercanti, cavalieri, dame e principi Arabi e Normanni che agivano in questi luoghi pregni della bellezza della Dea che vi si venerava.


mercoledì 17 marzo 2010

C'era una volta la città dei matti: la lotta per la libertà di Franco Basaglia


Qualche settimana fa sono stato stupito dalla televisione vedendo la fiction “C'era una volta la città dei matti”. Infatti considerato che di norma, operando esclusivamente secondo la logica dell’audience, propone solo squallidi format che fanno leva sulle miserie della nostra società e su illusori modelli che sembrerebbero essere in grado di superarle, ed essendo, tra l’altro, diventata strumento di regime, mi ha colpito che, con questa ed altre mini serie, la Rai si sia dedicata a temi di profonda valenza storico-sociale e di grande spessore etico-esistenziale.

La fiction “C'era una volta la città dei matti” è dedicata alla rivoluzione condotta da Franco Basaglia, padre della legge che nel 1978 portò alla chiusura dei manicomi e che cambiò il modo di intendere e curare le malattie mentali. Una svolta importante che fece dei “matti”, ritenuti irrecuperabili pericolosi da internare e sottrarre alla vista della società “normale”, dei pazienti, dei malati cui restituire dignità, identità, anima e quelle libertà individuali che erano state loro tolte e negate iniquamente. La cosa più importante era il profilarsi di un possibile reinserimento, ritorno, alla vita di relazione, seppur lungo, faticoso e non privo di contraddizioni sociali. Il contesto era quello dell’Italia degli anni 70, che dopo il faticoso dopoguerra, era travolta ed irretita dal boom economico e che non si poteva permettere rallentamenti nella corsa verso la crescita, dove i malati mentali oltre ad essere considerati degli inutili pesi, inadatti, inadeguati, risultavano essere improduttivi, non conformati alle leggi capitalistiche. Pertanto venivano reclusi in un mondo fatto di degrado, abbandono e solitudine, dove le uniche cure erano sedativi, “bagni calmanti”, gabbie, elettroshock, letti con le cinghie che unitamente alla detenzione forzata contribuivano a perpetuare lo stigma della loro alienazione. Tutto ciò nell’indifferenza, non curanza dei familiari e del mondo esterno, sociale e psichiatrico. Nulla si faceva per ascoltarli, dargli voce e quindi guarirli. Inoltre i manicomi fungevano da contenitori indifferenziali, in cui venivano raccolte ed ammassate forzatamente le più svariate tipologie di interdetti dalla società, dagli schizofrenici, ai depressi, dagli autistici agli epilettici, persino gli eccentrici, fino ai reduci della guerra che continuavano a vivere le inguaribili ferite dell’assurda, insensata, inaudita violenza nazi-fascista. Dinanzi a tanta sofferenza cominciò la lotta di Basaglia contro i “lager della mente”, al fine di riscattare e restituire dignità ai suoi pazienti, riconoscendoli innanzitutto come persone titolari di diritti civili. Ma non basta avanzare un diritto per affermarlo e così cominciò la battaglia, che portò alla legge 180/78, contro gli interessi forti della società italiana di psichiatria, l’opposizione dell’ambiente politico soprattutto cattolico e dei sindacati, l’insensibilità delle famiglie e della società civile. Fu ed è difficile affermare idee basate sull’amore per la diversità, ma le sbarre divelte del manicomio triestino di San Giovanni smisero di essere un simbolo e divennero una rivoluzione legale basata su un concetto che ancora oggi è scritto sul muro esterno del San Giovanni, un tempo barriera inviolabile: “la libertà è terapeutica”. Ma anche oggi è fin troppo evidente che dobbiamo ancora imparare ad aiutare attraverso l’amore chi ne ha bisogno, nella consapevolezza che il contatto con la diversità non può che arricchire tutti e magari rendere migliori coloro che si considerano “sani” e “normali” e che, in realtà, troppo spesso sono essi stessi ad essere inabili, perché non sanno dare e non sanno prendere.

mercoledì 27 gennaio 2010

27 gennaio Giorno della Memoria

Pensiamo ogni giorno all'orrore al quale ha condotto un'idea basata sulla discriminazione e sulla diseguaglianza tra esseri viventi. Ciò, purtroppo, non appartiene solo al passato, ancora oggi ci sono movimenti politici che, invece di cercare di appianare gli squilibri esistenti, fanno leva sulle differenze tra bianchi e neri, nord e sud, immigrati e padani, cattolici e musulmani, ricchi e poveri.


Voglio ricordare e sperare attraverso quel capolavoro che è la Costituzione della Repubblica Italiana (che qualche assurdo politicante attacca in continuazione):
Art. 3
"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese."

Naturalmente il tutto esteso ad ogni essere umano e non solo riferito ai cittadini.

Accendi una candela per ricordare: http://www.hmd.org.uk/

Il Monachesimo Italo-Greco nel Parco del Pollino

Tra i tanti luoghi meravigliosi, che caratterizzano il territorio di Viggianello, affascinante borgo medioevale, la sorgente del Fiume Mercure è uno di quelli che offre un mistico connubio tra storia, natura e spiritualità. Incanta, la vista dell’acqua che sgorga tra le rocce e defluisce spumeggiante in una piccola diga a valle della quale restano i ruderi di un antico mulino e a monte un vecchio impianto di risalita esempio di opera idraulica del periodo fascista. Questi interessanti segni di archeologia industriale sono circondati da una rigogliosa vegetazione e dalla quiete del gorgoglio dell’acqua, proprio questi elementi indussero i monaci italo-greci a scegliere le grotte naturali, esistenti in prossimità della sorgente, come luoghi per la ricerca della percezione divina. Queste grotte, unitamente ad altre lauree, cenobi, eremi, monasteri e strutture religiose di chiara derivazione bizantina di cui è costellata l’intera area della Valle Mercure-Lao, sono una delle testimonianze dell’esistenza della Provincia Monastica del Mercurion che, localizzata al confine tra Calabria e Basilicata, lungo quella che oggi come allora è una delle bellissime valli del Parco del Pollino, nacque tra l’VII ed il X secolo, dalla necessità del monachesimo greco di rifugiarsi dalle scorrerie costiere dei Saraceni e dalla persecuzione iconoclasta.

Penso a chi in questi luoghi si ritirava per cercare un contatto divino e nella luce del sole che si riflette sulle lucide foglie, nella trasparenza dell’acqua che mormora la sua dolce melodia, nella quiete racchiusa tra le antiche pareti scavate dal tempo nella roccia, nella bellezza della vallata, che si apre ai miei piedi, circondata dalle imponenti montagne, nella potenza degli alberi d’ulivo, nel dolce battito di chi mi sta accanto, mi sento vivo e sono invaso da un senso di pace e percepisco nella natura l’amore della forza divina.

venerdì 25 dicembre 2009

Natale sul Pollino: escursioni, cultura, musica e prodotti tipici

A Viggianello, tipico borgo di origine medievale nel cuore del Parco del Pollino, l'Associazione Culturale Volta la Carta, nelle feste di Natale e per il nuovo anno, presenta la Manifestazione ROTTE DISTRATTE:
27/12/2009 - Escursione: Viggianello-Serra Mauro
28/12/2009 - Presentazione libro "L'agenda rossa di Paolo Borsellino"
29/12/2009 - sBANDAmenti in concerto: folk, rock, pizziche e tarantelle
02/01/2010 - Escursione alle Laure del Mercurion (insediamenti rupestri)
02/01/2010 - Botteghe Aperte: sagra dei prodotti tipici
Il programma dettagliato e i contatti su www.voltalacarta.splinder.com/